Lions – Bonnie Nadzam (Black Coffee, 2017)

Ogni cosa segue un corso prestabilito, a Lions. Il vento sferza costantemente gli altopiani, le sterminate distese di grano duro sul terreno piatto, gli edifici abbandonati e i pochi abitanti rimasti, progenie di coloro i quali in tempi lontani, vittime della propria inventiva sfrenata e di irragionevoli ambizioni, le diedero quel nome, gettando su se stessi e sulla neonata città del West una maledizione.

«Non c’era niente, tranne il vento e un sole bianco. Era come non essere da nessuna parte, persi nel nulla. Sotto i piedi il vuoto. A Lions non c’era futuro. Non importava quanti aneddoti ti avessero raccontato sugli anni passati, quanti piani avessi in serbo per il domani: eri prigioniero di un eterno presente».

Sembra davvero di essere intrappolati nella “città quasi fantasma” della provincia americana leggendo Lions […] Il lettore si ritrova incatenato come i protagonisti alla sua dimensione fatta di luce, polvere, immobilismo. Una realtà statica, infausta, che apparentemente infonde nei suoi abitanti la brama di fuggire via proprio mentre li incatena a sé. Continua su Les Flâneurs Magazine

Lions
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Bonnie Nadzam

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