Preludio a un bacio – Tony Laudadio (NN Editore, 2018)

Emanuele è un uomo colto. Un sassofonista. Un lettore che ama iniziare le proprie giornate con una divinazione: ogni mattina entra in libreria, apre un libro a caso e lascia che la prima frase balzata ai suoi occhi determini l’immediato futuro, la lente attraverso cui guarderà il mondo.
Emanuele è un barbone. Un ubriacone precirrotico che lotta per la sopravvivenza agli angoli delle strade e ai margini della società.
Di quante sfumature si compone un essere umano? Quanti colori è necessario percepire per poter dire di conoscere qualcuno o di conoscersi?

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La rampicante – Davide Grittani (LiberAria, 2018)

Nella provincia marchigiana, quella più autentica, fatta di lavoro e sacrificio e «una campagna disegnata dai pastelli di un dio e insozzata dagli eccessi degli uomini», un gioco come tanti degenera nella scoperta che distruggerà la spensieratezza e il futuro di un quindicenne. O, forse, a frantumarsi in mille piccoli pezzi è solo la campana di vetro della sua inconsapevolezza. L’11 settembre 2001, mentre il mondo «vagava stordito con lo sguardo rivolto al cielo», Riccardo Graziosi frugava nel cassetto proibito di una madia alla ricerca dei giornali confiscatigli dal padre.

Quando quel ragazzo qualunque decide di sperimentare il brivido della disobbedienza e sfila quel cassetto dai binari, si imbatte in tre cartelline color limone, sdrucite e implacabili come la verità. È allora che realizza il motivo per cui gli è toccato crescere ai margini di una famiglia felice, e il fisiologico disagio adolescenziale diviene in lui la fiamma che gli impedirà di vivere serenamente, il perpetuo bruciore dell’anima che guiderà ogni sua scelta. Continua su Les Flâneurs Magazine

Davide Grittani

L’arte della gioia – Goliarda Sapienza (Einaudi)

«Quando nella primavera del 1996» racconta Angelo Pellegrino nella Prefazione «balenò la possibilità di pubblicare per intero il suo libro, Goliarda, accingendosi a rivedere L’arte della gioia dopo vent’anni da quando l’aveva portato a termine, pose davanti a sé una sorta di cartello con le seguenti parole: “Sono passati trent’anni dal primo appunto su Modesta. Attenta, Goliarda, a non cadere nel tranello dell’autocensura”. Temeva che due decenni di rifiuti editoriali, e tre di convivenza con la protagonista del suo romanzo, potessero averle intaccato la forza dell’idea originaria, e di scivolare nel peccato di autocensura, la caduta più grave per una scrittrice come lei. Temeva la vergogna del tradimento più stolto, quello della propria storia».

Oggi, Goliarda, a pochi mesi dagli anni Venti del XXI secolo, ancora la tua Modesta darebbe scandalo, se solo ricevesse la giusta attenzione che il tuo valore reclama. Nessuna autocensura, nessun tradimento: la tua Modesta, nata all’alba di un nuovo secolo, al nuovo secolo dona l’ombra ristoratrice di una femmina viva e vibrante nella calura opprimente del patriarcato nella provincia siciliana di inizio Novecento.

Ed è bello vederla crescere, piccola ma tosta carusa che si distingue, nel contesto di povertà e grettezza in cui sboccia, per una spiccata tensione verso l’apprendimento: quello dei sensi, quello dell’intelletto, quello di ogni esperienza che possa farla accedere a un livello superiore di consapevolezza. Continua su Les Flâneurs Magazine

Goliarda Sapienza

Lions – Bonnie Nadzam (Black Coffee, 2017)

Ogni cosa segue un corso prestabilito, a Lions. Il vento sferza costantemente gli altopiani, le sterminate distese di grano duro sul terreno piatto, gli edifici abbandonati e i pochi abitanti rimasti, progenie di coloro i quali in tempi lontani, vittime della propria inventiva sfrenata e di irragionevoli ambizioni, le diedero quel nome, gettando su se stessi e sulla neonata città del West una maledizione.

«Non c’era niente, tranne il vento e un sole bianco. Era come non essere da nessuna parte, persi nel nulla. Sotto i piedi il vuoto. A Lions non c’era futuro. Non importava quanti aneddoti ti avessero raccontato sugli anni passati, quanti piani avessi in serbo per il domani: eri prigioniero di un eterno presente».

Sembra davvero di essere intrappolati nella “città quasi fantasma” della provincia americana leggendo Lions […] Il lettore si ritrova incatenato come i protagonisti alla sua dimensione fatta di luce, polvere, immobilismo. Una realtà statica, infausta, che apparentemente infonde nei suoi abitanti la brama di fuggire via proprio mentre li incatena a sé. Continua su Les Flâneurs Magazine

Lions
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Bonnie Nadzam

Il sale – Jean Baptiste Del Amo (Neo Edizioni, 2018)

Ci sono libri che, una volta chiusi, lasciano addosso una sensazione tattile, olfattiva, uditiva. Una sensazione viva come un ricordo risvegliato da un odore, un sapore o una melodia. Jean-Baptiste Del Amo, classe 1981, ha scritto uno di questi libri. Già «paragonato a scrittori del calibro di Émile Zola, Honoré de Balzac, Alexandre Dumas, Patrick Süskind e Gustave Flaubert», pluripremiato in Francia e vincitore in Italia di Modus Legendi 2018 – una sorta di rivoluzione dal basso con la mission di far arrivare ogni anno in classifica nazionale un libro pubblicato da una casa editrice indipendente – con Il sale (Neo edizioni) il giovane scrittore tolosano firma una capitolo raffinato e già memorabile della letteratura francese contemporanea. Ed ecco, tra le sue pagine, il familiare odore di salsedine, ruggine e petrolio; il suono della tramontana, delle onde e della risacca; il brivido del vento sulla pelle bagnata. Negli occhi una palette di colori tenui e freddi, sfumature di beige e di azzurro, e la stessa aura di malinconica riflessività che si intuisce nei pensieri della Ragazza alla finestra di Salvador Dalí. Continua su Les Flâneurs Magazine

Il sale
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Jean Baptiste Del Amo

Il giardino dei fiori segreti – Cristina Caboni (Garzanti, 2016)

«Ciò che realizza l’uomo inizia a decadere nel momento stesso in cui è compiuto; l’unica cosa che davvero è immortale sono le piante, sono i fiori, perché si rigenerano. Perché vivono, e cambiano, evolvendosi».

Vento gelido che toglie il respiro, la luce dei lampioni che galleggia sulle acque del canale. Nelle notti di luna crescente, una ragazza fa qualcosa di proibito: crea aiuole e giardini, dona di nascosto al mondo quei fiori di cui il mondo ha bisogno, senza chiedere nulla in cambio.

Così conosciamo Iris, mentre sfreccia con la sua bici per le strade di Amsterdam, e già intuiamo la sua dolcezza, la sua gentilezza, la sua solitudine. Anzi no, «non era solitudine, perché lei non era mai sola grazie alle sue piante». Piante e fiori sono per lei un’esigenza, con loro lei parla, di loro si prende cura e loro fanno altrettanto con lei. E tuttavia Iris porta dentro di sé un senso di vuoto, un dolore sottile, una sorta di malinconia che le impedisce di vivere appieno la sua vita. Una vita nomade a causa del lavoro di suo padre Francesco, l’unico familiare rimastole al mondo.

Quando il suo capo le commissiona un articolo sul Chelsea Flower Show di Londra, la mostra floreale più grande del mondo, Iris non se lo fa ripetere due volte. E significativamente è lì, tra i profumi e le composizioni floreali, che accade qualcosa di inspiegabile: Iris si imbatte nel suo doppelgänger, una ragazza talmente identica a se stessa da farle venire i brividi. Stessi occhi grigioazzurri, stessi capelli lunghi e castani, stesso viso delicato. Sono assolutamente identiche e ugualmente terrorizzate.

È così che facciamo la conoscenza di Viola: una ragazza forte e riservata, spesso brusca e pungente come le spine dei fiori che tanto ama. Vive da sola con sua madre Claudia, che è sì una flower designer, ma è priva del tocco speciale di sua figlia. Per Viola le piante sono l’unico rimedio, l’unica consolazione, l’unica maniera per superare una rabbia e un dolore di cui sconosce l’origine.

L’incontro fortuito, quasi guidato dalla mano di un destino sempre presente fra le trame del romanzo, ingenera una serie di interrogativi pressanti all’interno dei due nuclei familiari. È a questo punto che Iris e Viola Donati scoprono di aver vissuto due vite parallele, nutrite dalla reciproca assenza.

«Ti ricordi di me?»

Quella domanda la stupì. Come avrebbe potuto? Quando era andata via era piccolissima. Non si ricordava nemmeno di Iris! Ma in quel momento si rese conto che non era proprio così, perché di lei, adesso che sapeva, era certa di aver percepito l’assenza. Era sempre stata alla ricerca di qualcosa, di qualcuno a cui afferrarsi. E c’erano dei momenti in cui improvvisamente si sentiva felice senza motivo, o terribilmente triste. Sua sorella le era mancata: nonostante non si ricordasse di lei in maniera consapevole, loro comunque avevano un legame.

Le due ragazze scoprono di essere gemelle, di avere una madre e un padre, una nonna, di essere l’ultima generazione di una dinastia indissolubilmente legata alle piante. Scoprono non solo di non essere più sole, di non esserlo mai state, ma di avere alle spalle una storia millenaria nutrita di mistero, di una dimensione quasi fiabesca che parte da un’antica leggenda famigliare e giunge ai loro destini intrecciati. È la dimensione che si snoda attorno a un segreto, attorno al quale altri segreti ugualmente dolorosi si sono abbarbicati.

Socchiuse gli occhi e iniziò a canticchiare. Dapprima era solo un alternarsi di parole sconclusionate, poi trovò il ritmo. «Gli alberi si erano fatti d’argento, e i fiori d’oro. Semi per i viandanti, acqua alla rosa. Il giardino volerà con ali bianche, incurante del tempo. Lui vivrà finché ci sarà un giardiniere per i viandanti, e uno per la rosa. Le fate dei fiori, loro possono tutto

Non è una filastrocca: è la storia della famiglia Donati. È il patto che li unisce da secoli al loro giardino vivo, senziente. La chiave per la sopravvivenza, che deve necessariamente passare attraverso un’evoluzione, un passaggio dal non detto alla scoperta, dalla stasi al fermento: c’è chi dovrà mettere da parte il risentimento per gli affetti rubati, perdonare ogni torto, riprendersi il proprio ruolo; altri dovranno imparare a dissotterrare i propri errori, ad affrontarli, a scagliarli lontano per poter ritrovare la propria serenità; qualcuno dovrà pagare lo scotto di un segreto troppo grande e troppo a lungo celato.

Questo romanzo, lieve e rasserenante come una passeggiata tra aiuole odorose, è in realtà fatto di dolore, di silenzi, di colpe stratificatesi nel tempo e cresciute in maniera disordinata come un giardino inselvatichito. A fare la differenza è la volontà di ricominciare, di mettersi in ginocchio e sradicare erbacce e convinzioni a mani nude, ferendosi, ma creando un terreno adatto alla vita. La condizione per riprendersi gli anni perduti e i fiori appassiti.

Cristina-Caboni

«Appassionata coltivatrice di rose, si dedica alla conoscenza e allo studio delle essenze e delle fragranze naturali. Vive con il marito e i figli in provincia di Cagliari, dove si occupa dell’azienda apistica della famiglia. Il sentiero dei profumi (Garzanti 2014) è il suo romanzo d’esordio, cui sono seguiti La custode del miele e delle api (Garzanti 2015) e Il giardino dei fiori segreti (Garzanti 2016).»

L’imperfetta – Carmela Scotti (Garzanti, 2016)

Nessuno mi guardava in faccia quando passavo, nessuno conosceva il colore dei miei occhi, e persino io me l’ero scordato.

Questa è la storia di Catena. Nel suo stesso libro, tuttavia, Catena viene nominata una manciata di volte, forse un paio. Non sappiamo quale sia il colore dei suoi capelli o dei suoi occhi. Sappiamo invece quale sia la loro espressione: è impossibile non figurarsi fin dalle prime pagine questi occhi grandi e profondi, infinitamente tristi, mentre guardano l’infanzia dissolversi. Catena ha poco più di quindici anni ma vive più sofferenze di quante una vita sola possa sopportare. Prima del tempo è costretta a crescere per non soccombere alle brutture del mondo adulto cui è gettata in pasto.

«Non farlo», e le parole viaggiarono da me a lui, veloci come i sassi. Quei fogli di carta erano la mia ferita aperta, l’unico punto del mio corpo fatto di carne e sangue, fatto apposta per la lama del coltello.

Non sappiamo quale sarebbe stato il destino di Catena se la morte dell’amato padre non ne avesse mutato il corso. Avrebbe vissuto una vita più semplice e banale? Avrebbe abbandonato i libri che lui le leggeva, lo studio delle costellazioni e delle erbe medicinali? Avrebbe messo in sordina la sua curiosità in favore di un più tradizionale ruolo da moglie e madre siciliana dell’Ottocento?

Ciò che sappiamo è che un’assenza diviene il motore di tutto: con la scomparsa del padre della piccola protagonista scompare anche l’unica figura maschile positiva dell’intero romanzo. L’unica carezza in un mondo di percosse, violenze, repressione, patriarcato. Lui però non va via prima di aver donato a sua figlia la chiave per la sopravvivenza e la salvezza: le parole.

Con le parole, la ragazzina riesce a creare uno scudo per proteggersi da ogni male. La vita è crudele, la natura indifferente, l’uomo intrinsecamente brutale, ma le parole sono potenti. Possono creare o distruggere, plasmare le cose, renderle reali.

E le parole di Carmela Scotti sono intrise di poesia e di dolore. La poesia è intrecciata al dolore e il dolore innesca la poesia ed entrambi, insieme, sono il cuore di questo romanzo, sono attaccati alle sue pareti come un’edera infestante su vecchi mattoni.

Di quest’ossimoro vive L’Imperfetta: della sua capacità di far soffrire il lettore, farlo empatizzare con Catena, e di farlo con uno stile che è dolce come il miele. Un tessuto di parole carezzevoli e melodiose, dal ritmo quasi “magico” di storie antiche, leggende e miti popolari.

Di questi giorni posso raccontare il buio, il mio piano per arrivare intera alla morte, per conservare la bocca che mille altre volte mi servirà per dire «padre» e il nome di mio figlio, per conservare gli occhi, che in eterno vorranno guardarli. Quegli stessi occhi li tengo chiusi, qui in fondo al pozzo; ché a occhi chiusi si può inventare il mondo, tagliare la grata e viaggiare leggeri, ai giorni di albicocche, di sole aperto, ai sogni di bambina. Con gli occhi chiusi la cella si fa acqua e si spacca in pezzi così piccoli che il vento se li porta.

Preso per mano da un fraseggio raffinato, dalla musicalità di ogni parola scelta con estrema cura, il lettore riceve con la protagonista continui pugni nello stomaco. Sente il sapore del sangue misto a quello della terra umida, annusa gli odori del bosco e del cuoio sulla pelle, si perde nel buio di una cella logora e dell’ingiustizia senza possibilità di riscatto. Senza mai smettere di credere al potere delle parole che riportano in vita o danno la morte, anche se il prezzo da pagare è l’etichetta di mavara, di strega, di empia sposa del demonio che conosce i segreti della natura.

Le parole, uniche compagne in una vita fatta di silenzi, unico rimedio alla ferocia di un mondo abbrutito, ancora impreparato davanti all’intelligenza, all’autodeterminazione, al desiderio di conoscenza, all’indipendenza di una donna.

Carmela Scotti

«Finalista al Premio Calvino nel 2014, L’imperfetta è, senza dubbio, un esordio notevole: un bel romanzo, denso, cupo, disperato e al contempo vitalistico, che rivela una voce matura (non presentando alcuno dei vizi più tipici delle opere prime) e, soprattutto, una strabiliante padronanza della scrittura».
L’Indice dei Libri del Mese

Ti ho cercato tra le nuvole – Federica Loreti (Les Flâneurs, 2016)

«Questa è la crisi che sapevo sarebbe arrivata

sta distruggendo l’equilibrio che avevo ottenuto

girando intorno alla prossima serie di vite

chiedendo che cosa verrà dopo».

 Passover – Joy Division

Dritte allo stomaco, statiche e atroci, le parole di Ian Curtis scelte da Federica Loreti per inaugurare il suo romanzo d’esordio conducono immediatamente nel mood della narrazione: disagio, crisi esistenziale, equilibrio precario. Ti ho cercato tra le nuvole è ambientato in una Torino gelida e bellissima: sembra di percorrere le sue strade, le piazze e i parchi in cui i personaggi si lasciano conoscere e apprezzare in tutte le loro sfaccettature.

L’atmosfera è plumbea fin dalle primissime frasi: i vicoli cittadini sono sferzati da una pioggia scrosciante e Antonio li percorre a grandi falcate; curandosi di non esser visto, il ragazzo rovista nel bidone dell’immondizia, ne trae fuori un sacchetto rosso e, sorridente, depone un mazzetto sotto il cassonetto. Si scopre più tardi che Antonio è amico fraterno di Matteo, ragazzo di strada che l’ha avviato all’attività di pusher. È lui che lo convince a saltare la scuola per la partita a poker che li metterà entrambi nei pasticci.

Giada, diciassettenne, è la tipica adolescente problematica e chiusa nel suo mondo, disabituata ai rapporti interpersonali, orfana di padre e in guerra con sua madre e col nuovo e premuroso compagno di lei. Trascorre le sue giornate in completa solitudine, tra il muro che lei stessa ha interposto fra sé e gli altri e i continui episodi di bullismo di cui è vittima. Giada è “quella strana”, la “darkettona” con cui non è opportuno parlare e che nasconde un presunto segreto, di cui tutti si fanno beffe.
Conosciamo infine Roberta, quattordicenne che ha appena cambiato casa, scuola e città. Conosciamo il suo passato, traumatico a causa della violenza inflittale da suo padre quando era solo una bambina. E tuttavia Roberta si mostra gentile e aperta alla vita, desiderosa di fare nuove amicizie: le prime sono Carla e Ludovica, tanto popolari quanto vacue e insensibili. Tornando a casa al termine del primo giorno di scuola, Roberta si imbatte in un bellissimo e strano bambino: è Tommaso, bimbo autistico che spesso scappa dall’asilo, facendo disperare la mamma.

La trama inizia a dipanarsi quando Giada e Roberta si scontrano in un corridoio di scuola e sono subito incuriosite l’una dall’altra: è solo il primo dei tanti incontri fugaci in cui vediamo Roberta tentare di scoprire di più su questa ragazza «dagli occhi tanto belli, ma infinitamente tristi», e Giada ritrarsi in modo brusco, arrossendo. Intanto Antonio, compagno di classe di Giada, inizia a provare per la ragazza una crescente attrazione, non lasciandosi intimorire dai suoi modi violenti.

Il rapporto tra i vari protagonisti evolverà seguendo tracciati tortuosi, abbattendo e ricostruendo di volta in volta i muri di silenzio e filo spinato generati dai rispettivi traumi. Muri che si fanno più spessi e taglienti ogniqualvolta Giada, Antonio e Roberta scelgono di trincerarvisi anziché concedere spazio ai sentimenti.

Con uno stile piano e colloquiale, al contempo semplice e profondo, la scrittura di Federica Loreti scivola via fredda e leggera come la neve su Torino, come un verso dei Joy Division, come il vuoto delle parole non dette. Nei silenzi percepiti è facile empatizzare con i protagonisti di questa storia e accostarsi alle tematiche trattate, tipicamente (ma non solo) adolescenziali: rapporto con genitori e coetanei, bullismo ed emarginazione, scoperta della sessualità, depressione, approccio alla morte. Un romanzo di formazione senza lieto fine, ricco di sfumature delicate e malinconiche, delusioni e aneliti di vita.

Infelici e scontenti – Alice Chimera (Les Flâneurs, 2016)

«Lo ammetto, ho macellato i personaggi della mia infanzia».

In poco più di duecento pagine, armandosi di cattiveria e di una certa dose di sadismo, Alice Chimera distrugge la vita fatata e il futuro di felicità in cui generazioni di bambini hanno immaginato i propri idoli disneyani. Niente più sorrisi e modelli da seguire, via quel retrogusto patinato tipico dei finali irreali e delle storie interrotte prima di potersi confrontare con le sofferenze e i disagi della vita. Infelici e scontenti è una raccolta di sette racconti che prendono il via laddove le loro versioni più celebri si interrompono. Al posto dei consueti happy ending vediamo «una vita infelice, reale, che però non avrebbe fatto audience come quella che invece siamo sempre abituati a sognare».

I personaggi sono dunque quelli che tutti conosciamo, solo meno perfetti e più “umani” e, in quanto tali, soggetti alle umane paure e ossessioni. Fil rouge non è più il “vissero felici e contenti” quanto una sorta di insoddisfazione, una mancanza. Appaiono evidenti, in ogni racconto, una visione pessimistica del futuro e il tema dell’inconsistenza dei sogni: questi ultimi sono la molla che porta alla pazzia, il tarlo che divora la ragione e corrompe anche l’animo più puro. Il tutto in una cornice gotica, con sfumature a tratti horror. E così vediamo Biancaneve tramutarsi in un melo, consumata dalle fiamme in cui il suo popolo l’ha gettata così come dall’ossessione che aveva traviato il suo animo; vediamo la Sirenetta compiere brutalità nella speranza di concepire un figlio; Cenerentola alle prese con le perversioni di quello che credeva essere il suo Principe Azzurro. Una triste sorte attende anche Belle, Jasmine, Aurora e la piccola Alice nei suoi Paradisi Sintetici.

La campana di vetro di ogni lieto fine a cui ci hanno abituato va in frantumi sotto i colpi della penna di questa giovane autrice. Una penna inclemente, carica di rabbia in libero sfogo e già padrona del proprio stile secco e sferzante.

Pur misurandosi con archetipi e grandi classici, le favole di Alice Chimera non sfigurano e rimangono, nel proprio contesto, credibili. Ognuna di esse ha una propria morale e presenta spunti inediti e diverse chiavi interpretative. A far da sfondo, tuttavia, è quel nichilismo imperante che trova forse origine nella stessa biografia dell’autrice, nella consapevolezza che «ogni istante di gioia lo si paghi a caro prezzo, quindi anche le principessine delle favole devono pagare il conto». E la riscrittura delle favole diventa così un modo per esorcizzare ansie e paure, un gesto liberatorio nei confronti dei propri demoni, una presa di coscienza dei propri limiti e di un mondo che non fa sconti. Infelici e Scontenti è un vero e proprio rogo di illusioni e frustrazioni, dalle cui ceneri ripartire per affrontare la vita con meno aspettative fallaci e più forza d’animo.

GiroDiVita – Alessio Rega (Adda Editore, 2014)

«Da pochi giorni avevo compiuto diciott’anni ma mi sembrava di non essere mai esistito».

L’incipit di GiroDiVita è già pregno di quel senso di incompletezza e sospensione che è tipico dell’adolescenza e che aleggerà per tutta la prima delle due parti del romanzo, quella che descrive la vita e le emozioni di Gabriele, un ragazzo barese come tanti, che vive con la madre e la sorella e che divide il suo tempo tra scuola, amici e una ragazza di nome Chiara. Il tutto sullo sfondo di una Bari vissuta e amata, con le sue contraddizioni: dalla periferia sud, troppo lontana dai parchi cittadini, allo splendore del mare, colmo di traghetti pronti a salpare per la Grecia. Una Bari di cui percepiamo il caldo e l’umido, la vita pulsante tra le vie del centro, gli odori delle cucine tra i vicoli della città vecchia.

«Mi chiedevo se ero mai stato felice, ma soprattutto se sapevo in che cosa la felicità consistesse realmente».

Gabriele sembra vivere in una bolla, ignaro del mondo e dei suoi stessi desideri, legato alla sua prospettiva limitata e alla sua diffidenza per il prossimo. Un ragazzo che spesso rimane in silenzio, per paura che i suoi pensieri siano sbagliati e inadeguati. Un ragazzo dalle infinite zone d’ombra, ma incredibilmente sensibile e sempre alla ricerca di risposte.

Girodivita

Filo dopo filo, la prosa piana e senza intoppi dell’autore tesse il microcosmo del protagonista: il rapporto conflittuale con la giovane madre e la nostalgia del padre lontano, ma anche la voglia di trasgredire, il sentirsi forte e immortale in compagnia dei coetanei e quel fiume in piena dai capelli biondo cenere di nome Chiara, capace di svegliarlo dal suo lungo torpore. La stessa che causerà la sua prima delusione amorosa e che, insieme alla rottura col migliore amico Giulio, all’aggravarsi dei contrasti familiari e alla fine degli esami di maturità, lo lascerà in apparenza solo e più che mai in balia della sua inquietudine. Sotterrando la sua matassa di relazioni intricate, il protagonista parte dunque per Milano «con un miscuglio di sentimenti vaghi e rancori sopiti, nascosti come la polvere sotto il tappeto».

Vediamo un treno macinare chilometri in direzione nord e, nel voltar di una pagina, un aereo iniziare la sua discesa verso la linea familiare della costa di Bari: catapultati senza preavviso in questa nuova fase, possiamo solo intuire gli anni trascorsi nel capoluogo lombardo, i successi in campo lavorativo, gli amori immaturi che si celano nelle pagine bianche tra le due sezioni del romanzo, “Andata” e “Ritorno”.

GiroDiVita riparte così all’insegna di un senso di non appartenenza, di un’apparente distanza dai fantasmi e dalle scorie di un passato che, in realtà, è ancora presente in ogni decisione di Gabriele. Scopriamo che la sua rivoluzione interiore è infine terminata, che gli squarci profondi sono ormai piccoli tagli cicatrizzati. «L’angoscia di essere sempre fuori tempo con la vita» ha ormai ceduto il posto a una più matura volontà di chiudere tutti i cerchi lasciati aperti, sovrapposti, concatenati. E non sarà la realizzazione professionale a dargli il tanto agognato equilibrio, né la relazione con l’affascinante Beatriz, breve quanto totalizzante. A farlo saranno inferno e paradiso, distruzione e rinascita: Gabriele tocca il fondo e risale, per l’ennesima volta. Riprende possesso della matassa e finalmente inizia a dipanarla. Una sola notte per annullare le distanze col passato, per vedere i suoi piani scombussolati come non mai. Una sola notte per imparare, nonostante ciò, a scegliere.

«E avevo come l’impressione di aver fatto un lungo giro, un giro di vita, ed essere tornato al punto di partenza. E invece no. Mi sbagliavo. Non ero mai tornato indietro, ero sempre andato avanti, ed ero arrivato alla fine del mio percorso».

Come Gabriele, il romanzo di Alessio Rega compie il suo giro, chiude i suoi cerchi. Ci ricorda che nulla accade per caso e che, presto o tardi, ognuno di noi è chiamato a scegliere, a crescere, a rialzarsi e a tornare esattamente in quel punto da cui con tanto fervore era fuggito. Ed è proprio l’universalità delle tematiche (l’amore, l’amicizia, l’inquietudine giovanile, la ricerca di un’identità) unita a una narrazione in prima persona, semplice ma coinvolgente, a costituire il punto di forza di questo romanzo. Un ottimo esordio, in attesa di scoprire cosa ci riserverà il giro di vita di questo giovane autore.