Il giardino dei fiori segreti – Cristina Caboni (Garzanti, 2016)

«Ciò che realizza l’uomo inizia a decadere nel momento stesso in cui è compiuto; l’unica cosa che davvero è immortale sono le piante, sono i fiori, perché si rigenerano. Perché vivono, e cambiano, evolvendosi».

Vento gelido che toglie il respiro, la luce dei lampioni che galleggia sulle acque del canale. Nelle notti di luna crescente, una ragazza fa qualcosa di proibito: crea aiuole e giardini, dona di nascosto al mondo quei fiori di cui il mondo ha bisogno, senza chiedere nulla in cambio.

Così conosciamo Iris, mentre sfreccia con la sua bici per le strade di Amsterdam, e già intuiamo la sua dolcezza, la sua gentilezza, la sua solitudine. Anzi no, «non era solitudine, perché lei non era mai sola grazie alle sue piante». Piante e fiori sono per lei un’esigenza, con loro lei parla, di loro si prende cura e loro fanno altrettanto con lei. E tuttavia Iris porta dentro di sé un senso di vuoto, un dolore sottile, una sorta di malinconia che le impedisce di vivere appieno la sua vita. Una vita nomade a causa del lavoro di suo padre Francesco, l’unico familiare rimastole al mondo.

Quando il suo capo le commissiona un articolo sul Chelsea Flower Show di Londra, la mostra floreale più grande del mondo, Iris non se lo fa ripetere due volte. E significativamente è lì, tra i profumi e le composizioni floreali, che accade qualcosa di inspiegabile: Iris si imbatte nel suo doppelgänger, una ragazza talmente identica a se stessa da farle venire i brividi. Stessi occhi grigioazzurri, stessi capelli lunghi e castani, stesso viso delicato. Sono assolutamente identiche e ugualmente terrorizzate.

È così che facciamo la conoscenza di Viola: una ragazza forte e riservata, spesso brusca e pungente come le spine dei fiori che tanto ama. Vive da sola con sua madre Claudia, che è sì una flower designer, ma è priva del tocco speciale di sua figlia. Per Viola le piante sono l’unico rimedio, l’unica consolazione, l’unica maniera per superare una rabbia e un dolore di cui sconosce l’origine.

L’incontro fortuito, quasi guidato dalla mano di un destino sempre presente fra le trame del romanzo, ingenera una serie di interrogativi pressanti all’interno dei due nuclei familiari. È a questo punto che Iris e Viola Donati scoprono di aver vissuto due vite parallele, nutrite dalla reciproca assenza.

«Ti ricordi di me?»

Quella domanda la stupì. Come avrebbe potuto? Quando era andata via era piccolissima. Non si ricordava nemmeno di Iris! Ma in quel momento si rese conto che non era proprio così, perché di lei, adesso che sapeva, era certa di aver percepito l’assenza. Era sempre stata alla ricerca di qualcosa, di qualcuno a cui afferrarsi. E c’erano dei momenti in cui improvvisamente si sentiva felice senza motivo, o terribilmente triste. Sua sorella le era mancata: nonostante non si ricordasse di lei in maniera consapevole, loro comunque avevano un legame.

Le due ragazze scoprono di essere gemelle, di avere una madre e un padre, una nonna, di essere l’ultima generazione di una dinastia indissolubilmente legata alle piante. Scoprono non solo di non essere più sole, di non esserlo mai state, ma di avere alle spalle una storia millenaria nutrita di mistero, di una dimensione quasi fiabesca che parte da un’antica leggenda famigliare e giunge ai loro destini intrecciati. È la dimensione che si snoda attorno a un segreto, attorno al quale altri segreti ugualmente dolorosi si sono abbarbicati.

Socchiuse gli occhi e iniziò a canticchiare. Dapprima era solo un alternarsi di parole sconclusionate, poi trovò il ritmo. «Gli alberi si erano fatti d’argento, e i fiori d’oro. Semi per i viandanti, acqua alla rosa. Il giardino volerà con ali bianche, incurante del tempo. Lui vivrà finché ci sarà un giardiniere per i viandanti, e uno per la rosa. Le fate dei fiori, loro possono tutto

Non è una filastrocca: è la storia della famiglia Donati. È il patto che li unisce da secoli al loro giardino vivo, senziente. La chiave per la sopravvivenza, che deve necessariamente passare attraverso un’evoluzione, un passaggio dal non detto alla scoperta, dalla stasi al fermento: c’è chi dovrà mettere da parte il risentimento per gli affetti rubati, perdonare ogni torto, riprendersi il proprio ruolo; altri dovranno imparare a dissotterrare i propri errori, ad affrontarli, a scagliarli lontano per poter ritrovare la propria serenità; qualcuno dovrà pagare lo scotto di un segreto troppo grande e troppo a lungo celato.

Questo romanzo, lieve e rasserenante come una passeggiata tra aiuole odorose, è in realtà fatto di dolore, di silenzi, di colpe stratificatesi nel tempo e cresciute in maniera disordinata come un giardino inselvatichito. A fare la differenza è la volontà di ricominciare, di mettersi in ginocchio e sradicare erbacce e convinzioni a mani nude, ferendosi, ma creando un terreno adatto alla vita. La condizione per riprendersi gli anni perduti e i fiori appassiti.

Cristina-Caboni

«Appassionata coltivatrice di rose, si dedica alla conoscenza e allo studio delle essenze e delle fragranze naturali. Vive con il marito e i figli in provincia di Cagliari, dove si occupa dell’azienda apistica della famiglia. Il sentiero dei profumi (Garzanti 2014) è il suo romanzo d’esordio, cui sono seguiti La custode del miele e delle api (Garzanti 2015) e Il giardino dei fiori segreti (Garzanti 2016).»

L’imperfetta – Carmela Scotti (Garzanti, 2016)

Nessuno mi guardava in faccia quando passavo, nessuno conosceva il colore dei miei occhi, e persino io me l’ero scordato.

Questa è la storia di Catena. Nel suo stesso libro, tuttavia, Catena viene nominata una manciata di volte, forse un paio. Non sappiamo quale sia il colore dei suoi capelli o dei suoi occhi. Sappiamo invece quale sia la loro espressione: è impossibile non figurarsi fin dalle prime pagine questi occhi grandi e profondi, infinitamente tristi, mentre guardano l’infanzia dissolversi. Catena ha poco più di quindici anni ma vive più sofferenze di quante una vita sola possa sopportare. Prima del tempo è costretta a crescere per non soccombere alle brutture del mondo adulto cui è gettata in pasto.

«Non farlo», e le parole viaggiarono da me a lui, veloci come i sassi. Quei fogli di carta erano la mia ferita aperta, l’unico punto del mio corpo fatto di carne e sangue, fatto apposta per la lama del coltello.

Non sappiamo quale sarebbe stato il destino di Catena se la morte dell’amato padre non ne avesse mutato il corso. Avrebbe vissuto una vita più semplice e banale? Avrebbe abbandonato i libri che lui le leggeva, lo studio delle costellazioni e delle erbe medicinali? Avrebbe messo in sordina la sua curiosità in favore di un più tradizionale ruolo da moglie e madre siciliana dell’Ottocento?

Ciò che sappiamo è che un’assenza diviene il motore di tutto: con la scomparsa del padre della piccola protagonista scompare anche l’unica figura maschile positiva dell’intero romanzo. L’unica carezza in un mondo di percosse, violenze, repressione, patriarcato. Lui però non va via prima di aver donato a sua figlia la chiave per la sopravvivenza e la salvezza: le parole.

Con le parole, la ragazzina riesce a creare uno scudo per proteggersi da ogni male. La vita è crudele, la natura indifferente, l’uomo intrinsecamente brutale, ma le parole sono potenti. Possono creare o distruggere, plasmare le cose, renderle reali.

E le parole di Carmela Scotti sono intrise di poesia e di dolore. La poesia è intrecciata al dolore e il dolore innesca la poesia ed entrambi, insieme, sono il cuore di questo romanzo, sono attaccati alle sue pareti come un’edera infestante su vecchi mattoni.

Di quest’ossimoro vive L’Imperfetta: della sua capacità di far soffrire il lettore, farlo empatizzare con Catena, e di farlo con uno stile che è dolce come il miele. Un tessuto di parole carezzevoli e melodiose, dal ritmo quasi “magico” di storie antiche, leggende e miti popolari.

Di questi giorni posso raccontare il buio, il mio piano per arrivare intera alla morte, per conservare la bocca che mille altre volte mi servirà per dire «padre» e il nome di mio figlio, per conservare gli occhi, che in eterno vorranno guardarli. Quegli stessi occhi li tengo chiusi, qui in fondo al pozzo; ché a occhi chiusi si può inventare il mondo, tagliare la grata e viaggiare leggeri, ai giorni di albicocche, di sole aperto, ai sogni di bambina. Con gli occhi chiusi la cella si fa acqua e si spacca in pezzi così piccoli che il vento se li porta.

Preso per mano da un fraseggio raffinato, dalla musicalità di ogni parola scelta con estrema cura, il lettore riceve con la protagonista continui pugni nello stomaco. Sente il sapore del sangue misto a quello della terra umida, annusa gli odori del bosco e del cuoio sulla pelle, si perde nel buio di una cella logora e dell’ingiustizia senza possibilità di riscatto. Senza mai smettere di credere al potere delle parole che riportano in vita o danno la morte, anche se il prezzo da pagare è l’etichetta di mavara, di strega, di empia sposa del demonio che conosce i segreti della natura.

Le parole, uniche compagne in una vita fatta di silenzi, unico rimedio alla ferocia di un mondo abbrutito, ancora impreparato davanti all’intelligenza, all’autodeterminazione, al desiderio di conoscenza, all’indipendenza di una donna.

Carmela Scotti

«Finalista al Premio Calvino nel 2014, L’imperfetta è, senza dubbio, un esordio notevole: un bel romanzo, denso, cupo, disperato e al contempo vitalistico, che rivela una voce matura (non presentando alcuno dei vizi più tipici delle opere prime) e, soprattutto, una strabiliante padronanza della scrittura».
L’Indice dei Libri del Mese